Nel sud del Libano, a seguito dell’invasione di terra israeliana iniziata il 16 marzo 2026, si combatte un conflitto armato caratterizzato da coordinate ampiamente delimitate: una geografica, riconducibile al confine de facto del fiume Litani, ed una politica, che si estende fino a Teheran e si insinua nel più ampio conflitto mediorientale.
Basta camminare per le strade di Dahieh, la periferia sud di Beirut, per capire che il Libano è un Paese a sovranità limitata. Accanto ai manifesti dei martiri con il fucile in pugno, sorgono cliniche, scuole e centri di assistenza che portano lo stesso simbolo: una mano verde che stringe un Kalashnikov. È il logo di Hezbollah. Per comprendere l’attuale e drammatico conflitto con Israele, bisogna partire da qui: da un movimento che è diventato “Stato” dove lo Stato ha fallito.
“Il partito di Dio”, movimento sciita reazionario, nasce nel contesto della guerra del Libano del 1982 come fronte di guerriglia, arrivando nel tempo a ricoprire cariche politiche e a modificare la sua struttura e linea di azione politica, mirando alla sostituzione statale non solo dal punto di vista politico-militare, ma anche sociale mediante azioni assistenzialistiche nei confronti del popolo libanese.
L’ingresso ufficiale di Hezbollah nel quadro istituzionale libanese avviene alle elezioni del 1992, ottenendo 8 seggi all’interno del parlamento, con un conseguente rafforzamento alle elezioni del 2005 nel governo di Fouad Siniora, in cui ricoprirà tre ministeri diventando punto di riferimento della frangia sciita e interlocutore diretto tra i governi dell’area.
Inoltre, risulta sempre più rilevante l’impegno economico-finanziario del movimento nell’area: L’organizzazione possiede molte caratteristiche di una vera e propria holding finanziaria, in quanto attraverso la “Fondazione dei Martiri” e la più importante associazione “Jihad Al Binaa” gestisce un vero e proprio impero economico composto da banche, cliniche private, società di consulenza, compagnie di costruzione, negozi, supermercati e pompe di benzina, risultando fondamentale per lo stato stesso.
L’ala militare di Hezbollah, oggi riconosciuta dall’Unione Europea come associazione di stampo terroristico, è solo una parte del partito sciita, tanto che l’agglomerato viene definito dagli esperti come una organizzazione terroristica ibrida, in quanto opera contemporaneamente su due livelli: in primo luogo, è coinvolta nelle già citate attività pseudo-legittime e di volontariato, come la fornitura di carità, assistenza sociale, istruzione e servizi religiosi. In secondo luogo, è coinvolta anche in attività illegali, e utilizza atti di violenza e terrorismo, avendo dunque una composizione che integra la frangia terrorista-militante alla frangia dedicata alla fornitura dei servizi sociosanitari essenziali.
L’infiltrazione di Hezbollah nella politica libanese, con un governo nazionale spesso ambiguo e non curante delle azioni terroristiche del partito, ha permesso al movimento di prendere una netta posizione politica in chiave filoiraniana, continuando contemporaneamente a svolgere la propria attività terroristica in tutto il medio-oriente, compreso il sostegno e finanziamento ad Hamas e jihad islamica palestinese.
Nel rilevante ruolo rappresentativo che il partito compie, esso mira a rappresentare le istanze del popolo libanese tutte, per quanto queste siano molteplici e spesso distanti tra loro a causa delle differenze etnico-religiose che intercorrono l’area; di fatto, la popolazione sciita che Hezbollah mira a rappresentare compone circa il 32% della popolazione totale, mentre la comunità sunnita si aggira intorno al 31% della popolazione totale, composta soprattutto da profughi siriani e palestinesi. A complicare ancor di più il quadro demografico è il fattore maronita: oggi compone, all’interno di un blocco confessionale “cristiano”, circa il 33% della popolazione totale e sin dall’indipendenza del 1920 mira alla costituzione di uno stato in cui i cristiani potessero trovare rifugio dalle persecuzioni dell’area.
In un quadrante etnico-religioso complesso, caratterizzato dalla copresenza di gruppi etnici profondamente distanti tra loro, e in un contesto sempre più influenzato dalla guerra civile e dalla firma degli Accordi di Ta’if, il partito di Dio inizia la sua transizione politica, attraverso un lento processo di istituzionalizzazione e un radicale cambio di Leadership; mediante l’elezione di Hassan Nasrallah come segretario generale del movimento, questo manifesta la pragmatica volontà di presentarsi alle elezioni del 1992, posizionandosi come ala di opposizione parlamentare.
Le motivazioni che portarono il movimento a virare la sua linea di azione sono sicuramente da rintracciare nella preoccupazione sciita di essere isolata e lentamente indebolita: la preoccupazione per le pressioni regionali e interne, oltre alla posizione di svantaggio nei confronti dell’altro movimento sciita Amal (con cui Hezbollah ingaggiò in una guerra fratricida terminata formalmente nel novembre del 1990) portarono Hezbollah ad attuare una valutazione prudente e oculata dei disagi nazionali, comprendendo come l’istituzionalizzazione fosse la chiave per fornire legittimità all’establishment sciita.
Sarà solamente con le elezioni municipali del 1998 che il partito di Dio controllerà direttamente l’amministrazione dei beni pubblici, attuando non solo un controllo economico-politico ma anche un costante rapporto diretto con i cittadini del libano meridionale. Nello specifico, Hezbollah arriva a conquistare circa il 15% dei municipi totali, ottenendo territori strategici quali Ghobeiri, il comune più importante e popoloso dell’area a sud di Beirut, Haret Hreik e Burj al-Barajneh, punti nevralgici del Dahiyeh, ma anche territori nelle aree orientali storicamente amministrati da Amal, come Baalbek, principale città della Beqa, consolidando il controllo sul cuore agricolo-economico della regione. In totale, il movimento riuscì a introdurre circa 150 dei suoi rappresentanti e sostenitori nelle autorità locali.
Con il ritiro delle truppe israeliane dal libano nel 2000, per volontà dell’allora primo ministro israeliano Ehud Barak in seguito all’acuirsi degli scontri sul confine meridionale, il movimento sciita raggiunse ampia legittimazione internazionale nel mondo arabo, posizionandosi come paladino della strenua lotta allo stato ebraico e consolidando il proprio status.
Il conflitto con Israele è da sempre rilevante per il movimento sciita in termini di riconoscimento politico. La presenza israeliana nel sud del Libano è stata utilizzata dalla leadership Nasrallah-Qassam per giustificare l’utilizzo della lotta armata, ma con il ritiro delle truppe voluto dal premier laburista il partito di Dio è di fatto costretto a formulare nuovi argomenti, spesso mediante propaganda volta ad evitare il disarmo voluto dal governo.
In seguito al ripiegamento dell’IDF, però, il governo libanese non inviò il proprio esercito nelle aree meridionali del paese, non ripristinò gli istituti governativi della zona e, soprattutto, non disarmò Hezbollah che si rafforzò ancor di più, triplicando la propria forza militare, espandendo i propri domini su tutte le aree a maggioranza sciita del sud del paese e costruendo tra il 2000 e il 2006 diverse infrastrutture militari tra cui bunker, campi minati e caserme in previsione di una nuova possibile invasione. Inoltre, alle elezioni del 2005 Hezbollah ottenne due ministeri: Ministero dell’Energia e dell’Acqua, Ministero del Lavoro e un appoggio esterno al Ministero degli Affari Esteri.
Con la noncuranza del governo libanese, l’area militare di Hezbollah continuerà ad estendere i propri attacchi verso Israele, fino all’escalation del luglio 2006 con cui il movimento lanciò una serie di attacchi diversivi coordinati, in particolare lanciando razzi verso posizioni militari israeliane vicino alla costa e al nord confine. Nel frattempo, un commando di terra di Hezbollah penetrò in Israele attraverso un’apertura nel recinto di confine e aprì il fuoco su due blindati israeliani che stavano pattugliando il confine, causando la morte di tre soldati e catturandone di altri due.
Ciò causa la dura reazione del governo Olmert, che portò allo schieramento di circa 50 mila truppe in un conflitto che si esaurirà esclusivamente grazie all’intervento dell’ONU con la risoluzione 1701, ai sensi della quale sarebbe stato disposto il cessate il fuoco nell’area e il disarmo di tutti i gruppi paramilitari libanesi, congiuntamente ad uno schieramento della forza di interposizione dell’UNIFIL, che avrebbero dovuto essere l’unica forza armata al di sotto del fiume Litani.
La mancata smilitarizzazione di Hezbollah, unita all’ampia propaganda portata avanti attraverso il canale “Al Manar”, portano il partito ad estendersi oltre i confini nazionali, arrivando a fornire consulenza tecnica alle milizie sciite in Siria, in Iraq e agli Houthi yemeniti, costituendo un ampio asse finanziato e addestrato dalle truppe iraniane.
Successivamente al pogrom del 7 ottobre 2023, con l’inizio degli scontri tra Israele e Hamas, Hezbollah inizia un’ampia azione di logoramento, mediante il costante invio di missili nell’area delle Fattorie di Shebaa e nel nord di Israele, creando un fronte di logoramento per alleggerire la pressione militare israeliana su Gaza, legando indissolubilmente un cessate il fuoco in Libano a uno nella Striscia.
Tra il settembre e il novembre 2024 Israele attuerà una costante azione di decapitazione della Leadership sciita, attraverso l’uccisione del leader Nasrallah il 27 settembre (considerato il vero e proprio pilastro e leader decisionale del gruppo), oltre ad azioni mirate come l’attacco dei cercapersone in uso ai quadri di Hezbollah, mandando in tilt la rete di comando e controllo del gruppo.
Dopo una fragile tregua sotto l’egida degli Stati Uniti tra il gennaio 2025 e il 2026, Hezbollah ha costantemente rifiutato la smilitarizzazione, costringendo Israele ad una stretta sorveglianza militare conducendo raid mirati per impedire il riarmo. L’escalation del conflitto israeliano-libanese, in seno al più ampio scontro tra Iran e Israele, porterà inoltre alla morte di Qassem il 9 aprile del 2026, a causa della sua posizione aggressiva nei confronti di Israele, caratterizzata da costanti minacce di attacchi missilistici verso le città israeliane qualora non si fossero fermati i raid.
Oggi, in seguito alla conquista israeliana del castello di Beaufort in Libano, la contrapposizione tra Israele e Hezbollah sta raggiungendo esiti drammatici. Ma è proprio in questo difficile crocevia politico-militare che la posizione assunta dalle istituzioni legittime libanesi sta cambiando: per volontà del primo ministro Nawaf Salam, sostenuto dal Presidente Joseph Aoun, il Libano sta attuando negoziazioni dirette con Stati Uniti e Israele.
Attraverso gli accordi di Washington del 2-3 giugno 2026, per la prima volta il governo legittimo libanese ha accettato la definizione di hezbollah come attore ostile alla stabilità nazionale e ha condannato ufficialmente l’ingerenza dell’Iran nei propri territori, rimarcando la necessità di riappropriarsi della propria sovranità nazionale e di non avere intenti ostili contro Israele.
L’accordo non è stato riconosciuto dal gruppo terroristico sciita, che ha dichiarato: “qualsiasi accordo accettabile deve iniziare con il ritiro completo di Israele da tutto il territorio libanese”. E ha aggiunto di considerare “il ritorno degli sfollati, gli sforzi di ricostruzione e il rilascio dei prigionieri libanesi” come “condizioni essenziali per qualsiasi futuro accordo”. La drammaticità dell’opposizione di Hezbollah trova la sua massima espressione nella morte del quarto casco blu UNIFIL nel solo 2026, a causa dell’esplosione di un colpo di mortaio verso l’avamposto ONU.
Il Libano si trova così a un drammatico punto di svolta. Da un lato, le istituzioni legittime di Beirut tentano di sfruttare il logoramento militare di Hezbollah per riappropriarsi della sovranità perduta e ricucire i rapporti internazionali attraverso la diplomazia di Washington. Dall’altro, il fermo rifiuto della milizia sciita e i continui attacchi alle forze transfrontaliere dimostrano come il Partito di Dio resti un attore radicalmente ancorato alla propria agenda ideologica e militare.
Il futuro del Paese dei Cedri si giocherà in questo spazio teso: la scommessa dello Stato libanese di emanciparsi dal network filoiraniano deciderà se il Libano potrà finalmente risorgere come entità sovrana o se sarà condannato a una nuova, inevitabile frammentazione interna.
Fonti:
https://aliseoeditoriale.it/breve-storia-di-hezbollah/
https://www.wired.it/article/perche-israele-invade-sud-libano-obiettivi-militari/
https://www.reuters.com/world/middle-east/israel-destroy-all-houses-near-lebanon-border-
defence-minister-says-2026-03-31/
https://tesi.luiss.it/22679/1/079792_COMIN_ENRICO_Hezbollah-
Nascita%20ed%20Evoluzione%20del%20%2522Partito%20di%20Dio%2522.pdf
https://it.euronews.com/2026/05/31/israele-conquista-il-castello-di-beaufort-in-libano-dopo-oltre-20-anni-dura-condanna-di-pa
https://www.thearda.com/world-religion/national-profiles?u=129c
https://2021-2025.state.gov/reports/2022-report-on-international-religious-freedom/lebanon/
https://tg24.sky.it/mondo/2026/06/04/israele-libano-tregua-hezbollah
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/che-cose-hezbollah-151163