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Cosa ci dice la querelle Trump-Meloni (sugli Stati Uniti)

Durante la seduta del G7 di mercoledì, in cui i principali leader delle potenze occidentali erano riuniti a Evian per discutere di Ucraina, Medio Oriente ed economia globale, ha fatto scalpore un momento ripreso dalle videocamere dei giornalisti. Tra le varie conversazioni di circostanza, i saluti e i convenevoli dei politici presenti, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembrava a un certo punto cercare insistentemente l’attenzione del presidente statunitense Donald Trump, presente in Francia nei giorni in cui la sua amministrazione imbastiva una tregua con l’Iran. 

Inizialmente, le immagini parevano preannunciare una riconciliazione tra i due, che per molto tempo si erano pubblicamente rispettati a vicenda ma nell’ultimo periodo avevano avuto delle frizioni, dovute principalmente ai bombardamenti in Iran e alle dichiarazioni di Trump su Papa Leone XIV.

In una telefonata al giornalista di La7 Daniele Compatangelo, però, Trump ha dimostrato di non aver ancora perdonato Meloni per il mancato supporto a sbloccare lo stretto di Hormuz, dicendo che lei lo avrebbe «implorato» di fare una foto insieme, e che per questo gli aveva fatto pena. La frase, che contraddiceva quell’apparente riappacificazione esibita da Meloni poco prima, ha ottenuto talmente tanta risonanza che la prima ministra ha tempestivamente condiviso un video sui suoi profili social smentendo quelle parole e prendendo per la prima volta le distanze dal capo di Stato in modo così netto. 

Mentre Trump – che è solito utilizzare questo tipo di retorica incendiaria e senza filtri – sembra non voler accennare a stemperare lo scontro, la stampa italiana ne sta molto parlando soprattutto in ottica di politica interna, sottolineando cosa cambierà d’ora in poi nei rapporti tra Italia e Stati Uniti, nell’atlantismo che il governo ha da sempre rivendicato e nelle dichiarazioni dell’opposizione. 

Un punto su cui è interessante riflettere, però, riguarda le motivazioni dietro a questa reazione del presidente americano, che potrebbero avere poco a che fare con il nostro paese e molto di più con la politica interna statunitense.

Come sottolineato proprio da Meloni in uno dei suoi ultimi commenti sulla vicenda, uno dei problemi maggiori di Trump in questo momento è la sua popolarità negli Stati Uniti: in un certo senso, è possibile leggere gli attacchi di questi giorni all’interno di questo quadro generale, che comprende le midterm, le spaccature dentro il partito repubblicano e il conflitto in Medio Oriente. 

Innanzitutto, la tregua firmata da Trump a Versailles non piace praticamente a nessuno, se non a una parte dell’amministrazione statunitense e all’Iran: neanche i repubblicani stessi e gli alleati israeliani ne sono soddisfatti, perché è visto come particolarmente sfavorevole. L’accordo preliminare infatti non solo rischia di ripristinare le condizioni precedenti allo scoppio del conflitto, rendendo vani gli obiettivi paventati da Trump per giustificare l’entrata in guerra – il cambio di regime, la distruzione dell’armamentario iraniano, lo stop all’arricchimento dell’uranio per sviluppare armi nucleari e al sostegno verso i proxy di Hamas e Hezbollah – ma anche di peggiorarle. 

Tra i punti dell’intesa, infatti, ci sono ad esempio la rimozione delle sanzioni verso l’Iran e la destinazione di un fondo di 300 miliardi con cui ricostruire ciò che era stato distrutto dai bombardamenti americani nell’area, con nessun cambiamento per quanto riguarda il programma nucleare del paese. Lo stretto di Hormuz, tra l’altro, uno dei punti più delicati per le ripercussioni che il suo blocco ha avuto sull’economia globale, verrebbe riaperto formalmente solo per sessanta giorni; l’accordo però è così fragile che la tregua è già saltata ed è stato nuovamente chiuso. A beneficiare strategicamente della perdita di credibilità degli Stati Uniti nell’area, ancora una volta, è l’avversario cinese, che ormai approfitta dei passi falsi americani negli scenari internazionali per stabilire nuove influenze egemoniche basate sulla sua mediazione diplomatica.

Gli effetti deleteri di questa situazione si sono sentiti intensamente anche sulla vita dei cittadini statunitensi: i prezzi della benzina e di molti beni di uso quotidiano sono aumentati, e per molti il costo della vita è diventato insostenibile a causa dell’inflazione. Tutto questo nonostante le rassicurazioni offerte da Trump nel corso di questi mesi, che è passato dal garantire una durata rapida del conflitto e un’economia che si sarebbe risanata in fretta, a negare il carovita e a dire di ‘amare l’inflazione’. Il presidente ha raggiunto uno dei punti di gradimento più bassi della storia americana (al 35% secondo un recente sondaggio di YouGov), e il declino è per la maggior parte riconducibile proprio alla percezione dell’economia da parte della popolazione e all’impopolarità della guerra.

Sul fronte politico, i repubblicani isolazionisti – di cui molti originariamente sostenitori del presidente – ora lo criticano per essersi imbarcato in un ennesimo conflitto nel Medio Oriente, dopo aver promesso nella campagna elettorale del 2024 di impegnarsi a non farne altri e di lavorare per la pace. Rientrano in questo contesto anche le dimissioni dei vertici dell’antiterrorismo e dell’intelligence nazionale Joe Kent e Tulsi Gabbard, oltre che le dure critiche da parte dell’ex deputata MAGA Marjorie Taylor Greene e dell’opinion leader conservatore Tucker Carlson. 

Come notato da Freddy Gray su The Spectator, «quando si parla di politica estera, Donald Trump non è né un falco né una colomba. È un negoziatore che mette le diverse parti una contro l’altra. Così facendo, finisce per deludere allo stesso modo i fautori della guerra e i pacifisti». A differenza della sua prima presidenza, stavolta Trump sta interpretando il nazionalismo in una via più aggressiva e interventista, cercando di imporre la propria politica estera sulla volontà degli altri Stati e scavalcando le alleanze internazionali, arrivando per questo a scontrarsi anche con le destre sovraniste degli altri paesi. Oltre all’esempio italiano si può citare il caso del Rassemblement National in Francia, con il suo leader Jordan Bardella che ha progressivamente preso le distanze da Donald Trump negli ultimi mesi sia per quanto riguarda la difesa europea sia per quanto riguarda i dazi. 

I candidati non del tutto allineati al trumpismo, invece, vengono apertamente osteggiati dal presidente, che ancora più del primo mandato persegue una linea di assoluta fedeltà come criterio di appoggio politico. In Texas, ad esempio – paese in cui i democratici non vincono un’elezione congressuale dal 1988 – il seggio del Senato per cui si andrà a votare a novembre è diventato improvvisamente contendibile, dopo che alle primarie repubblicane per il paese ha appoggiato e fatto vincere il candidato più debole e controverso, Ken Paxton, a sfavore del repubblicano più tradizionale e “infedele” John Cornyn. 

In vista delle midterm, quindi, uno dei più grandi ostacoli per i repubblicani sarà proprio l’atteggiamento del presidente, che oltre ad aver aumentato la diffidenza verso il partito rischia ora di sabotare la sua tenuta nella corsa al Congresso, privilegiando le questioni personali al pragmatismo elettorale. Uno dei maggiori terreni di scontro in questo momento è l’approvazione del SAVE America Act, la riforma che obbligherebbe gli elettori ad accertare la loro cittadinanza statunitense con un documento d’identità al momento del voto, e che andrebbe a impattare sulle elezioni di novembre. 

Trump, infatti, sta insistendo molto per farla passare in Senato, ma sta incontrando alcune resistenze da parte dei repubblicani più moderati, che non la vedono come una priorità e non condividono la sua richiesta di eliminare l’ostruzionismo parlamentare – il cosiddetto filibuster, con cui la minoranza in disaccordo può bloccare l’iter di una legge fino al raggiungimento di un compromesso – per velocizzare il processo. 

Uno dei modi in cui Trump sta cercando di recuperare il calo di consensi interno, quindi, è spostando l’attenzione sulla politica estera, convincendo il suo elettorato che il fallimento nelle trattative con l’Iran e le relative conseguenze economiche sono il frutto dell’atteggiamento non collaborativo dell’Europa e degli alleati della NATO. Già negli scorsi mesi aveva più volte richiesto il loro aiuto a sbloccare lo stretto o ad utilizzare le basi americane negli Stati europei, non ricevendo nella maggior parte dei casi il supporto sperato. La strategia statunitense verso la NATO è sempre di più quella di un disimpegno militare progressivo dal continente europeo, come confermato anche dalle dure parole del Segretario alla Guerra Pete Hegseth nell’ultima riunione dei ministri della Difesa della NATO a Bruxelles.

In generale, però, bisogna tenere a mente che la comunicazione di Trump è sempre più radicale e imprevedibile – c’è anche chi imputa questo a un declino cognitivo dovuto all’età – e di fatto il presidente non ha mai prestato attenzione alla temperanza istituzionale suggerita dal suo ruolo. Non è la prima volta infatti che si rivolge in una maniera simile a un leader di un altro paese, ma quello che sorprende ora è che la destinataria delle sue accuse sia quella che fino a non molto tempo fa sembrava la sua più stretta alleata.

Il litigio con Giorgia Meloni insomma sembra partire da questo contesto, ed è interpretabile innanzitutto da una prospettiva interna, più che da una realmente diretta all’Italia. La debolezza di Donald Trump e le sfide che lo attendono nel prossimo periodo, soprattutto dopo l’estate, portano a delle prese di posizione rischiose come queste, che costringono un presidente che non ha mai fatto della mediazione una propria caratteristica ad alzare continuamente l’asticella ed esporsi a scelte talvolta incoerenti e impulsive.

FONTI:

Lo scontro Meloni-Trump | Corriere.it 

Republicans concerned about Iran deal | Semafor 

Trump’s deal is a catastrophic capitulation to Iran’s aggressors, leaves Israel vulnerable and constrained 

The Iran Deal Reopens the Strait. Much Remains to Be Done. | Council on Foreign Relations

Vance Heads to Peace Talks, After Iran Says It Closed Strait of Hormuz – WSJ

The Long Shadow of the Iran War: Trump’s Most Consequential Foreign Policy Mistake  

Donald Trump’s popularity is at an all-time low. History says that matters  

Will the Iran deal destroy J.D. Vance? | The Spectator 

The Most Surprising Miscalculation of Trump’s Second Term – POLITICO 

https://www.politico.com/news/2026/06/18/barely-check-the-box-trying-trump-frustrated-gop-isnt-following-his-roadmap-00965797?nid=0000018f-3124-de07-a98f-3be4d1400000&nname=politico-toplines&nrid=870e4827-a3c4-41e0-8a1e-ecb4979bddb7

Trump Might Already Be a Lame Duck – The Atlantic 

Trump’s SAVE Act obsession ties Senate in knots 

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