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Fine del fossile o fine del futuro?

Per quasi trent’anni, la diplomazia climatica internazionale ha cercato di contenere gli effetti della crisi ambientale senza affrontarne davvero la causa principale. Le conferenze annuali sul clima della United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), le cosiddette COP, hanno certamente contribuito a costruire un linguaggio comune sul cambiamento climatico, ma spesso si sono scontrate con un limite strutturale: ogni decisione richiede il consenso di tutti gli Stati partecipanti, compresi quelli fortemente dipendenti dall’industria fossile. Questo ha reso estremamente difficile adottare misure realmente incisive sul phase-out dei combustibili fossili. È da questa contraddizione che nasce The First Conference on Transitioning Away From Fossil Fuels, tenutasi a Santa Marta dal 24 al 29 aprile 2026.

L’incontro, promosso dalla Colombia insieme a una coalizione internazionale di Paesi e attori della società civile, ha avuto un obiettivo molto chiaro: iniziare a parlare non solo di emissioni, ma della necessità concreta di uscire dai combustibili fossili. Una differenza tutt’altro che banale. Per la prima volta, infatti, una conferenza internazionale sul clima si è concentrata esplicitamente sull’implementazione pratica di una transizione “away from fossil fuels”, mettendo al centro il problema strutturale della dipendenza globale da petrolio, carbone e gas.

La conferenza non voleva sostituire la United Nations Framework Convention on Climate Change né trasformarsi in un nuovo tavolo negoziale. Piuttosto, si è proposta come uno spazio politico alternativo e complementare, rivolto a quei Paesi e movimenti che ritengono insufficiente l’attuale ritmo dell’azione climatica internazionale.

Uno degli aspetti più interessanti è stata la forte presenza di attori spesso marginalizzati nei negoziati internazionali: comunità indigene, movimenti ambientalisti, lavoratori, organizzazioni contadine e rappresentanti della società civile hanno infatti partecipato accanto ai governi, contribuendo a costruire una visione della transizione energetica non soltanto tecnica, ma anche sociale e politica. 

La conferenza si è articolata attorno a tre grandi temi: la cooperazione internazionale e la diplomazia climatica; il superamento della dipendenza economica dai combustibili fossili; e la trasformazione della domanda e dell’offerta energetica. In particolare, molti interventi hanno sottolineato il legame tra crisi climatica, debito internazionale e disuguaglianze globali. Diversi Paesi del Sud globale, infatti, continuano a investire in petrolio e gas non solo per scelta politica, ma anche perché intrappolati in modelli economici basati sull’estrazione e sul debito. È ciò che alcuni partecipanti hanno definito debt-fossil fuel trap: una dipendenza economica che rende, almeno nel breve periodo, più conveniente continuare a sfruttare le risorse fossili piuttosto che investire nelle energie rinnovabili.

In questo quadro ha assunto particolare rilevanza la proposta del Fossil Fuel Treaty, un possibile trattato internazionale vincolante per fermare l’espansione dei combustibili fossili e coordinarne una graduale eliminazione. Sebbene la conferenza non si sia conclusa con un accordo formale, il tema è emerso come uno dei nodi centrali del dibattito climatico contemporaneo. L’idea di un trattato di questo tipo nasce dalla convinzione che gli attuali meccanismi internazionali siano insufficienti e che serva un quadro normativo più forte per gestire una transizione giusta ed equa. 

La guerra energetica degli ultimi anni, la volatilità dei mercati e l’aggravarsi della crisi climatica hanno mostrato quanto la dipendenza dai combustibili fossili non sia più soltanto un problema ambientale, ma anche economico e strategico. Le recenti tensioni attorno allo Stretto di Hormuz hanno ricordato quanto il sistema energetico globale continui a poggiare su equilibri geopolitici estremamente precari. In questo momento storico, la transizione energetica non appare più soltanto come una necessità ambientale, ma anche come una questione geopolitica e strategica.Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili significa, per molti Paesi, ridurre anche l’esposizione a crisi internazionali, conflitti e ricatti energetici.

Naturalmente, Santa Marta da sola non cambierà il sistema energetico globale. Le grandi compagnie fossili continuano ad avere un peso enorme nelle economie nazionali e nelle relazioni internazionali, mentre molti governi restano ancorati a logiche di crescita fondate sull’estrazione. Tuttavia, la conferenza ha avuto il merito di rendere esplicita una domanda che fino a pochi anni fa sembrava quasi impronunciabile: è possibile parlare seriamente di giustizia climatica senza mettere in discussione l’esistenza stessa dell’economia fossile?

Forse il vero valore politico della conferenza sta proprio qui. In un panorama internazionale spesso paralizzato da compromessi minimi e dichiarazioni simboliche, Santa Marta ha cercato di spostare il dibattito globale dalla gestione delle conseguenze alla discussione delle cause strutturali della crisi climatica. Una risposta definitiva probabilmente ancora non esiste, ma il fatto stesso che questa domanda sia entrata al centro della diplomazia internazionale rappresenta già, di per sé, un cambiamento politico significativo.

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