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La transizione politica ungherese e l’eredità di Mosca

Il lungo mandato di Viktor Orbán alla guida del governo ungherese si è concluso dopo sedici anni a seguito delle recenti consultazioni elettorali, che hanno sancito un cambio di leadership nel Paese. Sotto la precedente amministrazione, l’Ungheria ha vissuto una profonda trasformazione istituzionale, spesso descritta come un modello di “democrazia illiberale” o caratterizzata da elementi di “autocrazia elettorale”. Questo orientamento politico ha progressivamente allontanato Budapest dagli storici alleati europei, determinando al contempo un graduale avvicinamento economico e strategico alla Russia.

L’attuale fase politica vede in Péter Magyar la figura di riferimento, alla guida di una coalizione trasversale di stampo conservatrice unita dall’obiettivo di ripristinare pienamente i princìpi dello Stato di diritto nel Paese. Questo mutamento di scenario ha generato una forte mobilitazione della popolazione e ha riaperto le prospettive per un consolidamento delle relazioni con l’Unione Europea. A Bruxelles si prospetta infatti la possibilità di riallacciare i rapporti con un partner che, negli ultimi anni, ha frequentemente rallentato i processi decisionali comunitari.

A queste aspettative va però affiancata un’analisi strutturale della situazione. In questi sedici anni, le radici di Mosca si sono insediate profondamente nel tessuto nazionale. L’Ungheria eredita una dipendenza energetica e contrattuale che la vincola a doppio filo alla Russia, una fragilità strutturale aggravata dal prolungato congelamento dei fondi europei, che ha indebolito l’economia del Paese e lo ha lasciato indietro rispetto ai vicini continentali.

Questo risultato evidenzia come gli assetti istituzionali interni siano reversibili attraverso i processi democratici e la partecipazione sociale. Si avvia così a conclusione una stagione caratterizzata da forti divergenze tra le linee strategiche di Budapest e gli obiettivi dell’Unione Europea.

Questa divergenza si è manifestata in molteplici ambiti, il più noto dei quali è la “diplomazia del veto”. Sfruttando la regola dell’unanimità richiesta nel Consiglio Europeo per le decisioni di politica estera e fiscale, il precedente esecutivo ha ripetutamente negoziato e modificato i pacchetti di sanzioni contro la Russia e, in tempi più recenti, ha imposto uno stallo prolungato sui 50 miliardi di aiuti macro-finanziari destinati all’Ucraina, protraendo i tempi decisionali a livello europeo.

Questo costante confronto istituzionale, unito a riforme interne inerenti all’indipendenza della magistratura, alla corruzione radicata negli appalti pubblici e a leggi discriminatorie, ha spinto Bruxelles a intervenire drasticamente attivando il “meccanismo di condizionalità”. La manovra ha portato al congelamento di ben 27 miliardi di euro tra fondi di coesione e PNRR. La sospensione dei fondi ha così determinato un impatto economico diretto; privata di questi capitali europei, l’Ungheria ha affrontato un’inflazione record e ha perso opportunità cruciali per modernizzare la propria infrastruttura, rimanendo distanziata rispetto ai partner dell’Unione.

Il percorso avviato dal nuovo esecutivo deve tuttavia confrontarsi con ostacoli strutturali che legano l’Ungheria alla Russia. In primis, la quasi totale dipendenza dagli idrocarburi russi: se storicamente il fabbisogno nazionale si aggirava intorno al 60%, negli ultimi due anni ha toccato picchi tra l’85% e il 90%, passando attraverso l’oleodotto Druzhba.

La vera problematica nel cambiare fornitore è ingegneristica. Le raffinerie del colosso energetico nazionale MOL sono state progettate e costruite su misura per processare il greggio russo, denominato Urals. Questo petrolio è caratterizzato dalla sua estrema pesantezza e da un alto contenuto di zolfo, il che lo rende chimicamente diverso dalle alternative occidentali. Se gli impianti provassero a lavorare greggio diverso senza le dovute precauzioni, subirebbero danni irrimediabili, compromettendo la stabilità energetica del Paese. Attualmente, la MOL è in grado di miscelare in sicurezza solo un 35% di petrolio alternativo all’Urals. Sganciarsi da Mosca richiede quindi un ammodernamento radicale degli impianti, con investimenti stimati tra i 500 e i 700 milioni di dollari e cantieri aperti per almeno 2 o 4 anni.

Un’alternativa logistica all’interno del Paese esiste ed è l’oleodotto Adria, che pompa petrolio dal mare Adriatico. Tuttavia, le criticità sono molteplici: per cominciare l’infrastruttura necessiterebbe di potenziamenti per reggere l’intero fabbisogno nazionale e i costi di transito sono nettamente superiori. Un rincaro i cui costi andrebbero a incidere direttamente sul prezzo finale dei carburanti al consumo.

Se il nodo petrolifero potrebbe trovare una via d’uscita grazie all’imminente sblocco dei fondi europei, essenziali per finanziare la transizione, l’elemento di maggiore complessità strategica per l’indipendenza ungherese è l’ampliamento della centrale nucleare di Paks, che da sola garantisce oltre il 40% dell’elettricità nazionale. L’accordo “Paks II” affida la costruzione di 2 nuovi reattori al colosso statale russo Rosatom. L’opera è finanziata per l’80%, circa 10 miliardi di euro, da un maxi-prestito rilasciato direttamente da Mosca, che dovrà essere restituito nel giro di decenni.

Oggi, il nuovo esecutivo si trova vincolato da una complessa architettura contrattuale, il recesso comporterebbe penali economiche elevate e la restituzione immediata dei capitali già investiti. Inoltre, cercare un nuovo appaltatore occidentale allungherebbe a dismisura le tempistiche, portando con sé non solo una frenata nell’innovazione tecnologica, ma anche un notevole deficit energetico.

Le dinamiche riportate in precedenza delineano la complessità della transizione economica ungherese, evidenziando i vincoli ereditati dalle passate scelte di governance. Allo stesso tempo, oggi l’Europa e Budapest lavorano finalmente sinergicamente per superare queste problematiche.

Emerge come necessario un sostegno di tipo finanziario che permetta di rendere reali i nuovi progetti politici ; in questo senso, il riallineamento europeo e il ripristino dello Stato di diritto si confermano la chiave di volta. Lo sblocco dei fondi precedentemente congelati, a cui si aggiungono gli ulteriori finanziamenti del piano REPowerEU, ideato proprio per emancipare il continente europeo dall’energia russa, permetterà al Paese di affrontare un vero e proprio processo evolutivo. Queste risorse serviranno ad ammodernare le infrastrutture esistenti e a investire nella transizione verde, gettando le solide fondamenta del futuro energetico nazionale.

Sempre sul fronte dell’indipendenza strutturale, il nuovo esecutivo offre la possibilità di riaprire un dialogo costruttivo con Zagabria per concordare una revisione al ribasso delle tariffe di transito dell’oleodotto Adria. In questo scenario, potrebbe essere la Commissione Europea stessa a fare da mediatrice, con l’obiettivo di siglare un accordo che risulti strategicamente conveniente per l’intera Unione.

Infine, la questione tecnicamente più articolata da affrontare, ovvero l’accordo per la centrale nucleare di Paks II. Paradossalmente, una via d’uscita potrebbe arrivare proprio dagli effetti delle sanzioni internazionali. I sistemi di controllo del nuovo impianto dovevano essere forniti dal colosso tedesco Siemens, ma Berlino ha bloccato le licenze di esportazione verso la compagnia russa Rosatom. Questa paralisi ha causato ritardi insostenibili, ponendo la controparte russa in una condizione di oggettiva difficoltà nel rispetto delle scadenze contrattuali. Il mancato rispetto dei termini temporali offre al nuovo governo una solida base legale: facendo leva sulla violazione dei termini, Budapest può invalidare le penali previste per la rescissione e forzare una rinegoziazione, estromettendo gradualmente l’influenza russa per far subentrare partner tecnologici occidentali.

Il distanziamento dall’orbita economica di Mosca non ci si aspetta sia un processo immediato, bensì come un percorso di disaccoppiamento graduale e strutturato. Sebbene i vincoli infrastrutturali rimangano presenti, il Paese dispone oggi degli strumenti per avviare la transizione in coordinamento con l’Unione Europea.

Jacopo Montanari, 20, Scienze politiche, sociali e relazioni internazionali

FONTI

https://energynow.com/2022/05/factbox-who-is-buying-russian-crude-oil-and-who-has-stopped

https://ceenergynews.com/oil-gas/mol-transport-fees-pipelines

https://hungarytoday.hu/rosatom-terminates-siemens-energys-role-in-paks-ii-project

https://tvpworld.com/92628955/swift-work-to-be-done-after-call-with-hungarys-magyar-eus-von-der-leyen-says

https://commission.europa.eu/topics/energy/repowereu_it

https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2022/12/12/rule-of-law-conditionality-mechanism

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