La strage di Viale Lazio, consumatasi a Palermo il 10 dicembre 1969, costituisce uno degli episodi più significativi nella storia di Cosa Nostra del secondo dopoguerra. Sebbene nell’immaginario collettivo essa venga ricordata soprattutto come l’uccisione del boss Michele Cavataio, il suo significato storico trascende il semplice regolamento di conti tra mafiosi. L’eliminazione di Cavataio rappresentò infatti il punto di arrivo della prima guerra di mafia e, al tempo stesso, il momento in cui si posero le basi per la progressiva affermazione del gruppo corleonese guidato da Luciano Liggio e, successivamente, da Totò Riina e Bernardo Provenzano. In questo senso, Viale Lazio può essere interpretata come il vero spartiacque tra la mafia tradizionale degli anni Cinquanta e Sessanta e quella stagione di violenza sistematica che avrebbe caratterizzato Cosa Nostra negli anni Ottanta.
Per comprendere la portata dell’episodio è necessario inserirlo nel contesto della cosiddetta prima guerra di mafia, combattuta tra il 1962 e il 1963. In quegli anni l’organizzazione mafiosa attraversò una delle sue prime grandi crisi interne. Le tradizionali famiglie palermitane entrarono in conflitto per il controllo del traffico internazionale di stupefacenti, settore destinato a sostituire progressivamente il contrabbando e le attività estorsive come principale fonte di ricchezza. Le tensioni, alimentate da interessi economici sempre più rilevanti e dalla crescente autonomia dei singoli capimafia, provocarono una lunga sequenza di omicidi che culminò nella strage di Ciaculli del 30 giugno 1963.
L’esplosione dell’autobomba destinata al boss Salvatore Greco provocò la morte di sette appartenenti alle forze dell’ordine, suscitando una reazione senza precedenti da parte dello Stato. Per la prima volta il fenomeno mafioso fu affrontato come una minaccia alla sicurezza nazionale: centinaia di affiliati vennero arrestati, molti altri scelsero la latitanza o ripararono all’estero e la Commissione provinciale di Cosa Nostra, organismo incaricato di dirimere le controversie tra le famiglie, cessò di fatto di operare. Lo Stato colpì duramente l’organizzazione, ma le cause profonde del conflitto rimasero irrisolte.
In questo quadro emerse la figura di Michele Cavataio, detto il Cobra, capo della famiglia mafiosa dell’Acquasanta. Cavataio era considerato un personaggio atipico rispetto ai tradizionali capimafia palermitani. Ambizioso, intelligente e particolarmente abile nel costruire alleanze mutevoli, cercò di sfruttare il clima di tensione per rafforzare il proprio potere. Secondo le ricostruzioni emerse durante il maxiprocesso e confermate successivamente da numerosi collaboratori di giustizia, sarebbe stato proprio lui ad alimentare deliberatamente il conflitto attraverso una strategia fondata sul depistaggio: organizzava omicidi attribuendoli alle famiglie rivali, con l’obiettivo di provocare una guerra generalizzata dalla quale sperava di uscire vincitore.
La cosiddetta “teoria di Cavataio” trovò conferma nelle dichiarazioni di collaboratori come Tommaso Buscetta, che descrisse il boss dell’Acquasanta come il principale artefice delle incomprensioni tra le cosche palermitane. Pur con alcune differenze interpretative, la maggior parte della storiografia concorda nel ritenere che Cavataio abbia svolto un ruolo decisivo nell’inasprimento della guerra mafiosa. Salvatore Lupo osserva come il capo dell’Acquasanta avesse intuito la fragilità degli equilibri interni a Cosa Nostra, tentando di sfruttarla a proprio vantaggio politico; John Dickie, invece, sottolinea come la sua eliminazione rispondesse all’esigenza di ristabilire un ordine interno dopo anni di conflitti.
Fu proprio questa convinzione a maturare progressivamente tra i maggiori capimafia siciliani. Eliminare Cavataio significava chiudere definitivamente i conti con il passato e ricostruire un equilibrio all’interno dell’organizzazione. La decisione venne condivisa da esponenti appartenenti a famiglie tradizionalmente rivali, segno della volontà comune di porre fine alla lunga stagione di violenza inaugurata all’inizio degli anni Sessanta. La preparazione dell’agguato richiese mesi di pianificazione e coinvolse alcuni tra i più affidabili uomini d’onore dell’epoca, provenienti da diverse aree della provincia palermitana. Tra questi figuravano anche gli uomini del gruppo corleonese guidato da Luciano Liggio, destinati negli anni successivi ad assumere un ruolo sempre più centrale negli equilibri di Cosa Nostra.
L’operazione venne organizzata con estrema cura. La scelta di eliminare Cavataio non fu infatti il frutto di un’iniziativa isolata, bensì di una decisione condivisa dai principali esponenti di Cosa Nostra, ormai convinti che il boss dell’Acquasanta rappresentasse un elemento di instabilità permanente. L’agguato fu affidato a un commando composto da uomini provenienti da differenti mandamenti mafiosi, a dimostrazione della natura “collegiale” dell’operazione. Tra i partecipanti figuravano esponenti delle famiglie di Palermo e alcuni uomini vicini al gruppo corleonese di Luciano Liggio, tra cui Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella. La partecipazione dei Corleonesi non fu casuale: Liggio stava progressivamente conquistando credibilità all’interno dell’organizzazione e quella missione rappresentava un’importante occasione per dimostrare l’affidabilità e la determinazione dei suoi uomini.
Il 10 dicembre 1969 il commando fece irruzione negli uffici dell’impresa edile di Viale Lazio, luogo in cui Cavataio era solito ricevere collaboratori e uomini d’onore. Il piano prevedeva un’azione rapida, sfruttando l’effetto sorpresa. Tuttavia, la reazione del boss fu molto diversa da quella prevista. Appena compresa la situazione, Cavataio riuscì a estrarre la propria pistola e aprì il fuoco contro gli assalitori, trasformando quella che doveva essere un’esecuzione in un violento scontro armato. Nel conflitto rimase gravemente ferito Calogero Bagarella, colpito da diversi proiettili. La sua sopravvivenza fu considerata quasi miracolosa e contribuì ad alimentare il mito di quella giornata all’interno di Cosa Nostra.
Fu in quel momento che emerse la figura di Bernardo Provenzano. Secondo la ricostruzione fornita da diversi collaboratori di giustizia e ripresa dalla storiografia, il futuro capo di Cosa Nostra riuscì ad avvicinarsi a Cavataio quando quest’ultimo era ormai ferito. Esaurite le munizioni – o, secondo altre versioni, dopo l’inceppamento dell’arma – Provenzano lo colpì ripetutamente con il calcio del fucile fino ad assicurarsi della sua morte. Proprio quell’episodio avrebbe contribuito alla nascita del soprannome “u tratturi” (“il trattore”), destinato ad accompagnarlo per tutta la sua carriera mafiosa. Sebbene il particolare derivi soprattutto dalle testimonianze dei collaboratori di giustizia e non da prove documentali dirette, esso è oggi ampiamente riportato dalla letteratura specialistica come simbolo della spietatezza dimostrata dal giovane corleonese.
L’eliminazione di Cavataio ebbe un effetto immediato sugli equilibri interni di Cosa Nostra. Con la scomparsa del boss dell’Acquasanta venne meno colui che molti ritenevano il principale responsabile della guerra mafiosa iniziata nei primi anni Sessanta. L’organizzazione poté così avviare un lento processo di ricostruzione delle proprie strutture decisionali. La Commissione provinciale, pur non tornando immediatamente alla piena operatività, ritrovò progressivamente la propria funzione di coordinamento, mentre i rapporti tra le principali famiglie si stabilizzarono almeno temporaneamente.
Sarebbe tuttavia riduttivo interpretare la strage di Viale Lazio come il semplice ripristino dell’ordine interno. In realtà, proprio quell’operazione contribuì a modificare in profondità i rapporti di forza all’interno dell’organizzazione. La partecipazione dei Corleonesi consentì infatti al gruppo guidato da Liggio di accrescere il proprio prestigio presso le famiglie palermitane. Provenzano e Riina dimostrarono di possedere quelle qualità – freddezza, disciplina e capacità militare – che sarebbero diventate il tratto distintivo della nuova leadership mafiosa. Negli anni Settanta essi consolidarono una rete di alleanze che avrebbe progressivamente eroso il potere delle storiche famiglie cittadine, preparando il terreno alla seconda guerra di mafia.
Da questo punto di vista, la storiografia più recente tende a considerare Viale Lazio non soltanto come l’epilogo della prima guerra di mafia, ma come il primo passo verso la rivoluzione corleonese. Salvatore Lupo sottolinea come la vittoria dei Corleonesi non sia nata improvvisamente negli anni Ottanta, bensì attraverso un lungo processo di accumulazione di consenso, prestigio e forza militare. John Dickie evidenzia invece come l’agguato del 1969 abbia mostrato, per la prima volta, la capacità del gruppo di Liggio di assumere un ruolo determinante nelle decisioni strategiche dell’intera organizzazione, anticipando quel cambiamento degli equilibri interni che avrebbe trovato piena realizzazione nel decennio successivo.
La strage di Viale Lazio rappresenta uno dei momenti di svolta più significativi nella storia di Cosa Nostra. Se, da un lato, segnò la definitiva eliminazione di Michele Cavataio e la conclusione della lunga stagione di conflitti inaugurata dalla prima guerra di mafia, dall’altro contribuì a ridefinire gli equilibri interni dell’organizzazione, aprendo la strada all’affermazione di una nuova classe dirigente mafiosa. La partecipazione dei Corleonesi all’agguato non fu soltanto un contributo operativo, ma costituì una dimostrazione della loro crescente affidabilità militare e politica agli occhi delle principali famiglie siciliane.
L’episodio del 10 dicembre 1969 assume quindi un significato che va ben oltre la cronaca criminale. Esso evidenzia la capacità di Cosa Nostra di superare le proprie crisi interne attraverso la violenza, ricostruendo nuovi equilibri di potere senza mai mettere in discussione la sopravvivenza dell’organizzazione. In questo senso, la morte di Cavataio non rappresentò la fine della conflittualità mafiosa, bensì l’inizio di una fase diversa, destinata a culminare nella seconda guerra di mafia e nell’ascesa definitiva dei Corleonesi.
La storiografia ha ormai chiarito come il successo del gruppo guidato da Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano non sia stato il risultato di un’improvvisa conquista del potere, ma l’esito di un processo graduale, favorito anche dal prestigio acquisito in operazioni decisive come quella di Viale Lazio. La freddezza dimostrata da Provenzano durante l’agguato, ricordata dalle testimonianze dei collaboratori di giustizia e divenuta parte della memoria interna di Cosa Nostra, contribuì a consolidarne la reputazione di uomo d’azione e di assoluta affidabilità. Non è un caso che proprio da quell’episodio, secondo la tradizione mafiosa, abbia avuto origine il soprannome di “u tratturi”, simbolo della sua determinazione e della sua brutalità. Analizzare oggi la strage di Viale Lazio significa quindi comprendere uno dei passaggi fondamentali dell’evoluzione di Cosa Nostra. L’agguato non fu soltanto la resa dei conti con un boss ritenuto responsabile della prima guerra di mafia, ma il momento in cui l’organizzazione iniziò a trasformarsi profondamente, preparando quella concentrazione del potere nelle mani dei Corleonesi che avrebbe caratterizzato gli anni Settanta e Ottanta. Per questo motivo, Viale Lazio può essere considerata non soltanto la conclusione di una fase storica, ma anche il punto di partenza della stagione più violenta e sanguinosa vissuta dalla mafia siciliana nel secondo dopoguerra.
Bibliografia
- Falcone, Giovanni, Cose di Cosa Nostra, Milano, Rizzoli.
- Lupo, Salvatore, Storia della mafia, Roma, Donzelli.
- Dickie, John, Mafia. Le mafie tra storia e mito, Roma-Bari, Laterza.