Dipendenze europee, strategia cinesi e la “terza via” asiatica per non restare schiacciati
La transizione ecologica e digitale non è unicamente una sfida di ingegneria o di politiche climatiche, ma incarna dentro di sé una competizione per le materie prime. Alla base di ogni turbina eolica, batteria per veicoli elettrici e chip per l’intelligenza artificiale troviamo una moltitudine di elementi essenziali: le terre rare e le materie prime critiche. L’ Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) sostiene che entro il 2040 la domanda globale di litio aumenterà di 42 volte, quella di grafite di 25 e quella di cobalto di 21 rispetto ai livelli del 2020. Tali dati spingono l’Europa davanti ad una fragilità strutturale come mai prima d’ora.
Nel primo frammento di questo nuovo ordine geoeconomico vediamo un’Europa con forti criticità di fornitura di materiali come gallio, boro, fosforo e magnesio. La problematica principale non riguarda unicamente l’estrazione in sé ma comprende anche la raffinazione: la Cina si trova a controllare, proprio grazie alle sue grandi raffinerie, l’80-85% della capacità di produzione di batterie al litio e oltre il 90% della produzione mondiale di magneti di terre rare. Tale posizionamento permette a Pechino di utilizzare le esercitazioni di materie prime come una ama economica coercitiva. Per l’Europa che necessita dell’importazione di questi materiali, già raffinati all’estero, rischia una paralisi industriale legata proprio ad uno di questi blocchi strategici.
Per evitare di non essere più artefici, almeno in parte, del nostro destino, e nel tentativo di riacquistare un’autonomia strategica strutturale rispetto ai grandi attori mondiali, Bruxelles ha lanciato l’European Critical Raw Materials Act. Questo atto pone obbiettivi molto ambiziosi come entro il 2030 estrarre il 10% del fabbisogno annuale all’interno dei propri confini, raffinare il 40% e riciclare il 25%. Per arrivare a questi numeri la strada è tortuosa dato che i prezzi di produzione in UE sono ancora superiori del 47% rispetto a quelli della Cina, ed i progetti minerari trovano l’intralcio dei NIMBY (Not In My Back Yard), fenomeni di resistenza locale che provoca rallentamenti nei 47 progetti strategici disegnati
Mentre l’Europa prova a districarsi in questa situazione, la Cina gioca un altro gioco ponendo la sicurezza economica all’interno della sicurezza nazionale. Tramite la strategia Dual Circulation e il piano Made in China 2025, punta ad un’autosufficienza tecnologica che la renda dipendente il meno possibile dall’ala occidentale, influenzando a sua volta il resto del mondo alle sue catene del valore. Tutto ciò è possibile grazie ad un appoggio finanziario statale come sussidi ed accessi agevolati ai terreni, elargito a circa il 98% delle società. In questo modo la Cina è riuscita a prendere possesso della maggior parte dei nodi critici globali, traslando la dipendenza di altri attori a leva di potere geopolitico.
Spostando nella zona asiatica, l’Europa potrebbe imparare qualcosa di prezioso sul come comportarsi. In Asia, la sicurezza economica è intesa come la capacità dello stato di garantire non solo la stabilità ma anche la crescita, sempre mantenendo un aspetto chiave ovvero l’interdipendenza. Analizzando i paesi ASEAN (l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), notiamo come non si sia scelta una pratica isolazionistica ma abbiano optato per adottare una logica di Hedging: una diversificazione dei partner commerciali, rifiutando di schierarsi in maniera rigida tra grandi potenze. Secondo i governi del Sud-est asiatico, la sicurezza consiste nel massimizzare i benefici mediante la competizione tra attori globali, svincolandosi da possibili effetti collaterali, dovuti ad una presa di posizione precisa, come dazi o sanzioni.
L’Europa è spesso percepito, in Asia, come un attore forte nell’istituire regole ma debole nella visione geopolitica coesa. Per evitare di trovarsi in balia delle decisioni dei grandi attori, l’EU deve adottare un nuovo approccio, passare dalla semplice riduzione dei rischi ed una di partecipazione attiva negli equilibri mondiali. Prendendo come esempio il modello asiatico, Bruxelles dovrebbe puntare con maggiore convinzione sul friend-shoring: ovvero l’instaurare partnership strategiche con partner affidabili come Australia, Canada, Vietnam o India, dove ricollocare le nostre catene di approvvigionamento che vedono l’Europa come un mercato di alto valore e standard qualitativi a cui aspirare.
Per concludere, possiamo affermare che la sicurezza economica europea non si potrà costruire inalzando muri protezionistici, ma bensì ridisegnando la geografia degli approvvigionamenti e delle alleanze strategiche. Il passaggio fondamentale risiede nel superamento di un approccio puramente moralistico-normativo che spesso viene percepito all’estero come una barriera commerciale. L’Europa deve provare a diventare un trusted partner in grado di scambiare tecnologie ed investimenti per ricevere stabilità ed accesso alle risorse. Trasformando gli standard europei da essere etichettati come semplici vincoli ad incentivi per l’industria globale, ponendo l’Europa alla guida della modernizzazione, estraendola dalla fortezza regolatoria auto indotta. Solamente in questa maniera, integrando visione geopolitica e progettazione industriale, la transizione ecologica non assumerà la forma di una nuova sottomissione strategica, ma porterà la libertà promessa.