Quanto può costare all’industria europea la transizione climatica?
Nota metodologica — L’articolo distingue tra emissioni prodotte nell’UE ed emissioni legate ai consumi europei. Il rapporto tra decarbonizzazione e competitività è analizzato come fenomeno multicausale, senza attribuire alla sola politica climatica le difficoltà dell’industria europea.
L’Unione europea sta riducendo le proprie emissioni. Tra il 1990 e il 2023 le emissioni nette di gas serra sono diminuite di circa il 36%, mentre il PIL europeo è cresciuto di quasi il 70% [1]. È un risultato importante, che rende difficile sostenere che crescita economica e riduzione delle emissioni siano necessariamente incompatibili.
Ma esiste una seconda domanda: che cosa accade se una parte della produzione industriale necessaria all’Europa diventa più conveniente fuori dai suoi confini?
Se un bene ad alta intensità energetica non viene più prodotto nell’UE ma continua a essere consumato attraverso le importazioni, una parte delle emissioni non scompare: cambia luogo. Nel 2023 le attività produttive europee hanno generato circa 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra equivalenti, mentre i consumi dell’Unione hanno determinato nel mondo emissioni per circa 4 miliardi. Circa 1,4 miliardi di tonnellate legate alla domanda europea sono state quindi generate fuori dall’UE [2][3].
Allo stesso tempo, però, anche l’impronta climatica dei consumi europei è diminuita: tra il 2013 e il 2023 del 12,9%, contro il 18,6% delle emissioni associate alla produzione [2]. Non è quindi corretto sostenere che l’Europa abbia ridotto le proprie emissioni soltanto trasferendo le fabbriche all’estero. Ma non basta neppure guardare alle sole emissioni territoriali.
Il costo europeo dell’energia
Per alcuni settori l’energia non è una semplice voce della bolletta, ma una componente decisiva del costo di produzione. Acciaio, chimica, alluminio, fertilizzanti, vetro e ceramica competono su mercati internazionali nei quali le differenze di costo possono influenzare investimenti e localizzazione.
Il rapporto Draghi sulla competitività europea ha evidenziato un divario strutturale: i prezzi industriali del gas nell’UE risultavano tra tre e cinque volte quelli statunitensi, mentre quelli dell’elettricità erano circa due o tre volte superiori rispetto a Stati Uniti e Cina [4].
Attribuire questo divario interamente alle politiche climatiche sarebbe scorretto. Pesano la crisi energetica successiva all’invasione russa dell’Ucraina, la perdita del gas russo a basso costo, la struttura del mercato, le reti, la fiscalità e la diversa disponibilità di risorse. Resta però un fatto: decarbonizzare una fabbrica europea che parte da costi energetici più elevati è diverso dal farlo dove l’energia è più abbondante ed economica.
Anche il calo di una produzione non equivale automaticamente a delocalizzazione. Nel 2024 l’UE ha prodotto 224 milioni di tonnellate di prodotti chimici, il 15% in meno rispetto al 2014; nello stesso periodo, però, anche il consumo è diminuito del 18% [5]. Il problema non è quindi dimostrare una generica «scomparsa dell’industria», ma capire quali produzioni stiano diventando strutturalmente più difficili da mantenere in Europa e perché.
Il carbonio ha un prezzo. Ma non ovunque lo stesso
A questa differenza nei costi energetici si aggiunge il prezzo della CO₂. L’EU ETS rende progressivamente più conveniente ridurre le emissioni, ma crea una questione quando un produttore europeo sostiene un costo climatico che un concorrente estero non sostiene, o sostiene in misura inferiore.
La produzione potrebbe così spostarsi verso Paesi con regole meno stringenti o essere sostituita da importazioni più emissive: è il cosiddetto carbon leakage.
Gli studi sulle prime fasi dell’EU ETS non hanno generalmente rilevato una perdita significativa di competitività attribuibile al sistema. Un’analisi OECD ha stimato, tra il 2005 e il 2012, una riduzione delle emissioni delle imprese interessate di circa il 10%, senza effetti negativi statisticamente significativi su occupazione e profitti [7].
Una ricerca OECD del 2025, riferita a un insieme più ampio di politiche climatiche e settori manifatturieri, mostra però risultati eterogenei: un leakage mediano intorno al 3%, ma una media del 14%, con rischi maggiori per economie aperte e comparti ad alta intensità di emissioni, come i metalli di base [8].
La domanda, quindi, non è se la politica climatica «distrugga l’industria», ma quali settori siano maggiormente esposti, in quali condizioni e con quali possibilità di adattamento.
Il paradosso dell’acciaieria
Immaginiamo un’acciaieria europea. Se investe, riduce le proprie emissioni e continua a produrre in Europa, obiettivo ambientale e industriale possono procedere insieme.
Ma se l’impianto chiude, la domanda di acciaio resta invariata e viene soddisfatta da un produttore estero più emissivo, le emissioni territoriali europee diminuiscono mentre quelle globali potrebbero diminuire molto meno, o in alcuni casi aumentare. Nel frattempo l’Europa perde capacità produttiva.
È il problema che il Carbon Border Adjustment Mechanism, il CBAM, cerca di affrontare. Dal 1° gennaio 2026 il meccanismo è entrato nella fase definitiva e interessa inizialmente cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno [9].
L’idea è semplice: se emettere CO₂ per produrre acciaio ha un costo in Europa, importare lo stesso acciaio non dovrebbe essere conveniente soltanto perché le emissioni sono avvenute oltre il confine.
Il CBAM, però, non risolve tutto. Le simulazioni OECD indicano che può ridurre il carbon leakage, ma compensare solo in parte gli effetti dei maggiori costi del carbonio sulle industrie protette. Può inoltre trasferire pressione sui settori europei a valle che utilizzano acciaio, alluminio o fertilizzanti come input [10]. Proteggere l’acciaieria non significa automaticamente proteggere l’impresa che compra quell’acciaio per costruire un macchinario.
Decarbonizzare senza deindustrializzare
La questione, allora, non dovrebbe essere scegliere tra ambiente e industria. Ma neppure limitarsi a stabilire per legge quanto rapidamente un’impresa debba ridurre le proprie emissioni, lasciandole poi il compito di rendere economicamente sostenibile quella trasformazione.
Se la riduzione delle emissioni è un obiettivo collettivo, anche le condizioni che la rendono possibile devono diventare una priorità collettiva.
Questo significa innanzitutto energia. Nel 2024 l’industria rappresentava il 23,9% dei consumi energetici finali dell’Unione; elettricità e gas naturale costituivano insieme circa il 65% dell’energia utilizzata dal settore. Rendere disponibile energia a basse emissioni, affidabile e competitiva non è quindi soltanto politica ambientale: è politica industriale.
Lo Stato può certamente fissare standard, attribuire un costo alle esternalità ambientali e orientare il mercato. Ma esiste una differenza sostanziale tra imporre a un’impresa di sostenere costi crescenti perché utilizza un sistema energetico ancora dipendente dalle fonti fossili e costruire progressivamente un sistema nel quale scegliere energia a basse emissioni diventi anche economicamente conveniente.
La seconda strada richiede investimenti: produzione energetica, reti, accumuli, interconnessioni, ricerca, infrastrutture e tecnologie industriali. Non significa finanziare indefinitamente imprese inefficienti, né rinunciare agli obiettivi climatici. Significa utilizzare la politica pubblica per rendere possibile la transizione prima di trasformarne il mancato raggiungimento prevalentemente in un costo per chi produce.
Anche perché l’Europa non compete soltanto con sé stessa. Nel 2025, ad esempio, il carbone forniva ancora circa il 71% dell’elettricità indiana. Se l’effetto di una politica europea fosse rendere antieconomica una produzione nel mercato interno per poi importare lo stesso bene da economie con sistemi energetici più emissivi, il risultato sarebbe difficile da considerare soddisfacente: perderemmo capacità industriale senza avere necessariamente ottenuto una riduzione equivalente delle emissioni globali.
Per questo la transizione ecologica non può ridursi a una successione di divieti, sanzioni e scadenze. La politica deve assumersi anche la responsabilità delle condizioni materiali necessarie per raggiungere gli obiettivi che stabilisce.
La domanda da porre a un’impresa europea non dovrebbe essere soltanto: quanto devi pagare per continuare a emettere?
Dovrebbe diventare sempre di più: che cosa dobbiamo costruire perché produrre con meno emissioni sia anche la scelta economicamente razionale?
È probabilmente qui che si misura la qualità di una politica climatica: non nella capacità di rendere più costoso produrre come ieri, ma nella capacità di rendere competitivo produrre diversamente domani.
Bibliografia e fonti
[1] European Environment Agency (EEA), Total net greenhouse gas emission trends and projections in Europe.
[2] Eurostat, What is the EU’s greenhouse gas footprint per capita?, 19 febbraio 2026.
[3] Eurostat / JRC, Greenhouse gas emission footprints, Statistics Explained, 2026.
[4] Mario Draghi / European Commission, The future of European competitiveness – In-depth analysis and recommendations, 2024.
[5] Eurostat, EU chemical production: -15% over 10 years, 16 dicembre 2025.
[7] OECD, The European Union Emissions Trading System and its economic and environmental impacts, 2021.
[8] OECD, How different climate policies affect carbon leakage through trade, 2025.
[9] European Commission – Taxation and Customs Union, CBAM definitive regime, 2026.
[10] OECD, Carbon Border Adjustments: The potential effects of the EU CBAM along the supply chain, 2025.
[11] Eurostat, Final energy consumption in industry – detailed statistics, 2026.